Tra eventi estremi e riserve in calo: quale futuro per la neve in Italia?

Approfondimenti

L’ultima settimana di gennaio ha riportato la neve e il gelo protagonisti sulle pagine dei media, dal winter storm che ha colpito gran parte degli Stati Uniti e Canada, dove si sono registrate temperature inferiori a -35°C, con abbondanti nevicate in numerose città e aria artica che ha determinato temperature percepite al di sotto dei –40°C, alle nevicate eccezionali in Russia: a Mosca la più abbondante da 200 anni. Il maltempo invernale ha creato vittime, forti disagi a trasporti e servizi, con la cancellazione di migliaia di voli e corse di treni, rallentamenti sulle strade e città bloccate dal freddo.

Anche in Italiale nevicate dell’ultima settimana di gennaio hanno riportato valori di spessore del manto nevoso al suolo vicino a quelli medi del periodo su gran parte delle Alpi Occidentali e, soprattutto, hanno imbiancato questa volta anche le montagne in cui si svolgeranno i Giochi Olimpici Invernali Milano Cortina 2026. Il maltempo e le nevicate abbondanti attese nei primi giorni di febbraio imporranno una attenta gestione delle fasi iniziali dei Giochi, alle quali seguirà un periodo relativamente più stabile, con assenza di precipitazionivento generalmente debole ma una discreta variabilità nelle condizioni di nuvolosità che potrà influenzare la visibilità, fondamentale per le competizioni outdoor.

Perché il freddo e le nevicate eccezionali non bastano

Nonostante questi segnali, non è possibile dire se sarà complessivamente una stagione di neve abbondante. Un’ondata di gelo può essere intensa e persino estesa, ma non garantisce di essere foriera di grandi eventi nevosi. Le perturbazioni di origine atlantica, che spingono aria fredda alle latitudini più basse, ed entrando nel Mediterraneo portano flussi umidi sulla nostra penisola, non garantiscono che le precipitazioni arrivino dove servono, né che cadano in forma di neve alle quote giuste, né che il manto resti al suolo abbastanza a lungo da costituire una riserva idrica per i periodi di maggiore necessità.

Il punto chiave, infatti, è la tendenza di lungo periodo, che va in direzione opposta alla percezione generata dalle singole ondate fredde o dai singoli episodi nevosi. Per raccontare cosa sta succedendo bisogna chiarire un punto: la “nevosità” non è una sola cosa. C’è la neve che cade (quanta e quanto spesso), c’è la neve che resta (quanti giorni di copertura al suolo) e c’è la neve solida come riserva d’acqua, misurata con lo Snow Water Equivalent (SWE), cioè quanta acqua è “immagazzinata” nel manto nevoso. A parità di nevicate, una primavera più calda può ridurre drasticamente la permanenza della neve al suolo e diminuire rapidamente il suo spessore: il risultato è meno “serbatoio” per i periodi di maggiore idro-esigenza.

Dai trend globali alla situazione in Italia: il forte impatto del cambiamento climatico

La cornice globale è chiara. L’Intergovernmental Panel on Climate Change segnala una riduzione marcata della copertura nevosa primaverile nell’emisfero nord e quantifica che, in media, lo snow cover primaverile diminuisce di circa l’8% per ogni grado di riscaldamento globale. Sulle Alpi, inoltre, le proiezioni climatiche indicano un calo robusto delle nevicate stagionali: uno studio basato su modelli climatici regionali EURO-CORDEX stima, entro la fine del secolo, diminuzioni medie della neve caduta nell’ordine di circa -25% in uno scenario intermedio e fino a circa -45% in uno scenario ad alte emissioni di gas serra, con riduzioni ancora più marcate alle quote più basse. 

Anche l’Italia mostra segnali coerenti con quelli globali. Un’analisi pubblicata sul Journal of Hydrology e basata su dati satellitari MODIS e rianalisi ERA5-Land stima trend negativi dell’estensione della copertura nevosa sul territorio italiano a partire dagli anni Cinquanta, con un ordine di grandezza di circa -4% per ogni decennio. Non solo l’estensione, ma anche la quantità di neve sulle Alpi ha registrato una diminuzione media del 34% tra il 1920 e il 2020, con cali più rilevanti intorno al 50% sui versanti meridionali. Il trend evidenzia una riduzione del manto nevoso, un accorciamento della stagione nevosa di circa un mese e un innalzamento della quota della neve naturale, con impatti significativi su ecosistemi, risorse idriche ed economie.

Monitoraggi in continuo del manto nevoso, misure di densità e stime modellistiche aiutano a tradurre i trend in impatti concreti, consentendo inoltre di avere una tempestiva quantificazione della risorsa neve disponibile in vista dei periodi più caldi e di adottare misure per prevenire gli impatti negativi dovuti alla carenza d’acqua. Nei bollettini sulla risorsa nivale in Italia, Fondazione CIMA a dicembre 2025 ha fotografato un inizio stagione difficile da interpretare: dopo un novembre che ha permesso le prime nevicate diffuse sulle principali catene montuose, un dicembre più mite ha inciso sull’accumulo, con un equivalente idrico nivale in calo del 52% su scala nazionale. A gennaio 2026 il deficit di neve stimato a livello nazionale si aggirava a –33%, in aumento rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

Quando prevedere la neve è una sfida

Nonostante i trend globali indichino una diminuzione della neve in futuro, questo non significa che gli anni ricchi di neve spariranno: significa che diventano più intermittenti, sempre più rari e più dipendenti da quota e fasi della stagione. Il rendiconto nivometrico 2023-2024 in Piemonte e Valle d’Aosta, ad esempio, indica un surplus di neve fresca fra il 20% e il 40% rispetto alla media 1991-2020, ma questo non si vedeva dalla stagione 2008-2009, eccezionalmente nevosa. È proprio questa alternanza – inverni poveri intervallati da inverni più generosi – a rendere più complessa la percezione pubblica: l’episodio intenso “fa notizia”, crea disagi, viceversa la riduzione graduale si nota meno, soprattutto se si guarda solo alla cronaca di pochi giorni, mentre ha un impatto più strutturale e pervasivo sui sistemi naturali e sulla nostra economia.

Prevedere “quanta neve” farà in una stagione, infatti, è tecnicamente più complesso che stimare un’anomalia di temperatura o una tendenza delle precipitazioni su larga scala: basta una differenza minima attorno allo zero per trasformare la neve in pioggia e cambiare radicalmente quota neve e accumuli, mentre l’orografia moltiplica le differenze tra vallate e versanti e l’esposizione dei versanti e delle valli ne modifica profondamente la distribuzione al suolo. Le previsioni stagionali che diffondiamo come Agenzia ItaliaMeteo descrivono tendenze mensili o stagionali su aree ampie e vanno lette come strumenti probabilistici, non come bollettini puntuali. In compenso, sul breve termine, le mappe previsionali operative del modello ICON-2I, gestito dall’Agenzia, includono anche la variabile “neve” fino a +72 ore. 

La neve del futuro: ripensare le economie e rendere i territori resilienti

Che impatto hanno e avranno questi trend su popolazioni, economie e territori? Per i decision-makers, per chi vive dell’”economia della neve” ma anche per chi la neve la cerca per passione, sarà necessario adattarsi a una situazione più complessa del passato, che sarà caratterizzata da una grande variabilità interannuale, su un trend di continua diminuzione legato al riscaldamento globale.

Se adesso la risposta passa per l’innevamento programmato e per una gestione più ingegneristica della risorsa (costruzione di nuovi bacini, produzione, conservazione) è necessario essere consapevoli che queste misure tamponano temporaneamente la situazione, mentre gli scenari a lungo termine delineano un futuro in cui entro il 2100 la frequenza di inverni con scarsa neve è destinata a triplicare o quadruplicare, minacciando il turismo invernale sotto i 2000 metri e la disponibilità di risorsa idrica futura. 

Il turismo e l’economia montana basata sulla neve dovrà ripensarsi, passando per esempio per la diversificazione dell’offerta e la destagionalizzazione, come dovranno essere adottate misure atte a rendere territori e popolazioni più resilienti agli impatti del cambiamento climatico e ai fenomeni estremi sempre più frequenti, come la carenza di risorse idriche e la siccità. La conclusione, in ogni caso, è che la neve del futuro sarà più “selettiva”: più dipendente dalla quota, più sensibile a piccoli scarti di temperatura, più incerta. E ogni scelta – dallo sport al turismo, dall’economia alla gestione dei territori e delle risorse – dovrà tenere conto che la neve, ovunque, darà sempre meno certezze.